il progetto
Esistono moltissimi musei di arte contemporanea, molti musei archeologici, qualche museo etnologico, pochissimi musei di arti “primitive”, questi ultimi nei Paesi ex colonialisti e negli Stati Uniti, ma (con la lodevole eccezione del quai Branly di Parigi) NON ESISTE ANCORA NESSUN MUSEO DI ARTE PRIMARIA.
Arte primaria
Il termine ” arte primaria” si và affermando essenzialmente in riferimento alle arti ” tribali” extraeuropee, tra quanti ritengono che le culture definite primitive siano in realtà complesse, articolate e ricche di valore esattamente come le nostre, e che il termine primitivo sia quindi riduttivo se non offensivo.
“ La nostra scienza è giunta alla maturità il giorno in cui l’uomo occidentale ha cominciato a rendersi conto che non avrebbe mai capito se stesso finchè sulla faccia della terra una sola razza, o un solo popolo, fosse stato da lui trattato come oggetto” dice Claude Lévi-Strauss.
Inoltre molti pensano che i musei occidentali troppo spesso risultino luoghi dove appendere i “trofei di caccia” sottratti nei secoli ai vinti dal vincitore del momento e che il mondo contemporaneo, dove diverse identità convivono in ogni luogo, renda evidente l’inadeguatezza di questa visione dei musei essendo sempre più globale e policentrico. E’ una posizione che trova fondamento nelle già nelle tesi di eminenti studiosi del Novecento, dal “Museo delle Idee Elementari” di Bastian al “ Museo Immaginario” di Andre Malarux fino all’idea di Museo Diffuso che circola ormai da decenni.
Appartenenze e globalizzazione
Più in generale è utile ricordare che il deprecabile fenomeno della omologazione consumistica spesso convive con un’altrettanto deprecabile esasperazione localistica e che diversità etniche o religiose si sovrappongono a irrisolti e vergognosi problemi di “diversità” economica sia tra le persone, sia tra i popoli, mentre “ è un universale che esige i particolari, è uno spazio che esige articolazioni, un cosmo che esige la pluralità delle eticità, una fraternità di diverse identità” ( Carlo Galli, L’Umanità Multiculturale, il Mulino 2008 ).
E’ un fatto che “ il mondo è ovunque” e che “ la globalizzazione è un confondersi reciproco”( idem), ma pensiamo che la valorizzazione delle differenze e la loro comprensione tenda a rappresentare l’unicità singolare dell’esperienza umana.
Le parole sono vive e spesso dicono molto dei popoli che le usano: il pronome noialtri , ad esempio, è una felice sintesi concettuale di ciò che si afferma in questo testo. Infatti questo pronome personale di prima persona plurale dichiara che noi – affermazione di identità e appartenenza- trova senso e si rafforza nel riconoscimento di ciò che è altri, e che è proprio in questa declinazione che si qualifica la nostra identità rafforzata e legittimata.
E’ questa alterità che ri-conosce l’identità, ri-trovandone una dimensione in qualche modo archetipica.
Il problema risulta ancora più attuale alla luce della crisi oggettiva della condizione umana di stanzialità, per la prima volta davvero in discussione forse dai tempi del Neolitico . Il mondo per come lo conosciamo nasce proprio con la trasformazione dell’uomo che da cacciatore/raccolgitore diventa prima pastore, poi contadino . Ecco che gli uomini diventati stanziali inventarono – come dice Jaques Attali- le fortezze, gli stati, le imposte, mentre i nomadi inventarono ( nello loro stato di nomadi) tutto il resto: Il fuoco, i linguaggi, le religioni, l’equitazione,l’agricoltura, l’allevamento, la lavorazione dei metalli, la navigazione, la ruota, la democrazia, il mercato, la musica, le arti.. ( Jaques Attali, L’uomo Nomade, Spirali 2006).
Oggi nuovamente grandi masse di persone si muovono , sia pure in condizioni e con motivazioni profondamente diverse. Moltitudini di poveri cercano riscatto ( più nella qualità della vita che dalla sopravvivenza), attive ed influenze minoranze si muovono per puro piacere o per interessi culturali. E’ evidente che tali migrazioni pongono problemi epocali, e forse ha ragione Attali dicendo che “ i grandi conflitti di domani non contrapporranno civiltà, ma l’ultimo impero stanziale, l’impero americano, a tre imperi nomadi non territoriali in competizione con l’America e in lotta l’uno con l’altro: tre imperi che aspirano a governare il mondo per contro proprio: il mercato, l’islam e la democrazia” ( idem).
Ma la caratteristica più dirompente del nomadismo contemporaneo è rappresentata dalla dimensione “nomade” della tecnologia , che consente una innovazione comunicativa epocale nelle potenzialità che contiene .
La Rete, il modo in cui è strutturata e sopratutto il modo in cui può essere gestita, è davvero l’elemento di sovversione più significativo degli ultimi millenni, paragonabile forse solo all’invenzione della ruota per le implicazioni che contiene. Internet obbliga ad esempio ad una ridefinizione del soggetto che agisce come protagonista: non più il “noi” diventato prima massa e poi pubblico televisivo della grande società dello spettacolo, ma “io” in prima persona. L’elezione di Barak Obama dimostra tra l’altro che questo “io” non è necessariamente condannato alla dimensione virtuale e solitaria ma può diventare reale e consapevole soggetto di cambiamento: cambia l’ottica, la struttura sociale diventa clanica e non piramidale, “noi” viene pensato come un insieme di “io” che si fonda su un comune sentire che è tale proprio perchè io lo riconosco in me.
Il confine culturale rappresentato dal nomadismo è quindi uno dei cardini del nostro progetto.
La funzione dell’arte
Ciò è particolarmente chiaro nell’arte: se l’ambito che essa comprende non è quello della realtà, ma quello della coscienza, come già dichiarava Emmanuel Löwy all’inzio del Novecento a proposito del disegno primitivo, i linguaggi artistici possono essere contributo unificante per la costruzione di un mondo nuovamente pensato come rete e non come piramide, dove identità e appartenenza producono curiosità e rispetto verso le diversità e non paura e antagonismo.
C’è infatti una sintonia profonda nella storia dell’uomo: nasce un moto di stupore davanti alla assonanza segnica che si percepisce dall’osservazione anche superficiale di manufatti che in comune hanno solo il materiale ( la terracotta ) e il periodo di esecuzione ( tra il 5000 e il 2500 a.c.) : parliamo delle terrecotte di Naqada, in Egitto, e di Yang Shao in Cina; uno sguardo unitario alle opere d’arte dei popoli di tremilacinquecento anni fa, dall’isola di Pasqua alla Corsica, dalla Tanzania alla Liguria , a Stonehenge evidenzia un comune sentire e andando ancora più indietro nel tempo accostare il linguaggio metaforico delle incisioni rupestri a Mirò o Keith Haring apre scenari suggestivi, universali, insieme fuori dal tempo e di quotidiana attualità. Può essere utile rimandare, per questo aspetto, alle teorie della psicologia della Gestalt sulla percezione della forma, non tanto perchè l’insieme è più della somma delle sue parti, ma perchè esso si svela nel particolare e ne svela la dimensione trascendente.
Da tempo il mondo della cultura e delle scienze si interroga sulle problematiche connesse a questi temi, partendo dalla convinzione generale che per le culture antiche è bene parlare sempre di linguaggio segnico e non di semplice decorazione. Fino a qualche decennio fa erano prevalentemente l’archeologia, l’antropologia e la filosofia ad indagare questo tema, ma “interfacciare” ad esempio le tesi sullo strutturalismo figurativo di Gilbert Durand o quelle di Leroi-Gourhan con il lavoro di genetisti come Cavalli Sforza o di linguisti come Noam Chomski, propone orizzonti ben più vasti che ormai comprendono a pieno titolo le neuroscienze ( Samir Zeki: la visione dell’interno, arte e cervello, Bolati Boringheri 2003), le matematiche ( Marcia Asher, Etnomatematica, Bollati Boringheri 2007), la fisica e l’informatica
(Douglas Hofstadter, Anelli nell’io, Mondadori 2008 ) e molto altro ancora. Saltano gli schemi compartimentali a cui la cultura occidentale ci aveva abituato e l’approccio specialistico torna a misurasi con l’insieme, la domanda a cui rispondere ri-torna ad essere “Perchè” e non “Come”.
Il bisogno della traccia – che pensiamo essere insieme il motore e il carburante dell’azione artistica e che è secondo solo a quello del cibo fino dal tempo delle caverne – si misura nuovamente con ciò che Emmanuel Anati pone all’origine dell’esperienza culturale: ” sapere perchè voglio sapere” .
E’ linguaggio comune che ri-diventa essenziale, nel bisogno di misurarsi con il mistero della vita e nella natura del segno che si libera delle incrostazioni lasciate da una cultura quantomeno sbiadita nel tempo.
In questo senso noi parliamo di arte primaria, cioè archetipica.
Date le premesse illustrate proponiamo quindi la centralità dell’Africa, anima del mondo e “vocabolario” di archetipi: linguaggi dell’arte così antichi da essere attualissimi, e – anche grazie ai grandi artisti del Novecento-, sempre più suggestivi e “conoscibili” anche da noi. Altri, che rafforzano Noi .
L’elemento innovativo consiste nel tradurre la storia dell’arte moderna con lo stesso “vocabolario” , pensare che i grandi artisti del secolo scorso abbiano intuito per primi il bisogno di un linguaggio antico, generato da una sorta di DNA culturale: un linguaggio che non vuole descrivere il reale ma “conoscerlo” , che non vuole celebrare l’uomo ma misurarsi con il mistero che lo genera.
Il fatto poi che la Collezione Passarè sia disponibile a rimanere sul territorio savonese in diversi luoghi che si stanno definendo con le Amministrazioni pubbliche, rende questa visione più concreta e fattibile e ci consente di presentare il MAP, Museo Nomade di Arti Primarie, forti della energia tellurica generata dalle opere presenti in quella Collezione .